STEFANO CIVITARESE MATTEUCCI

L’approvazione del DUP

L’approvazione del DUP (documento unico di programmazione) da parte del consiglio comunale di Pescara e la conferenza stampa del Rettore dell’Università G. d’Annunzio sul tema del trasferimento dell’università (del polo pescarese) nell’area ex COFA mi inducono a tornare più distesamente sulla questione, sulla quale sono stato intervistato nei giorni scorsi sia dal Messaggero sia dalla giornalista Lilli Mandara per il suo blog. Inoltre nel frattempo è intervenuto in tema con un post sul suo sito il collega Paolo Fusero, direttore del dipartimento di architettura, la cui pacata analisi consente di elevare la discussione a un livello più consono alla posta in gioco. Non a caso il titolo di queste note è identico a quello di Fusero.

Il punto di partenza è che il comune ha confermato la sua decisione di inserire nella sua programmazione la realizzazione della c.d. università del mare. La cosa è in sé notevole, poiché a stare a quanto dichiarato dal rettore, dal punto di vista dell’ateneo si tratta di una semplice idea ancora da discutere all’interno dei suoi organi di governo. Nel documento approvato si parla di residenze di qualità, auditorium del mare e altro ancora, ma anche di un protocollo d’intesa da stipulare entro febbraio 2020 per avviare una complessa attività di progettazione. Questo dopo aver dedicato le vacanze natalizie e il mese di gennaio alla:

definizione degli indirizzi progettuali attraverso un processo partecipato con la Cittadinanza, con gli enti coinvolti (Regione Abruzzo, Università D’Annunzio, Camera di Commercio e Comune di Pescara) e con i portatori di interesse (Associazioni di categoria, Ordini professionali, Enti vari)

DUP – Cu e di Pescara 2020-2024, p. 38
Pescara: foce , porto canale

A parte la boutade sul processo partecipativo da portare avanti in un mese non si sa bene come, il tutto risulta al momento piuttosto vago e vi sono ostacoli difficilmente superabili in primis l’esistenza di un vincolo di inedificabilità previsto nel piano di bacino stralcio per la difesa dalle inondazioni, nel DUP pudicamente definito “criticità”.

Modelli di decisioni pubbliche (io speriamo che me la cavo)

Parto da una premessa di carattere generale relativa alle decisioni di politiche pubbliche. Secondo la scienza politica – seguendo Bruno Dente – possiamo concepire tre modelli decisionali. Il primo è quello razionale (razionalità sinottica), vale a dire in cui tutte le possibili alternative sono soppesate tenendo conto di un ordine di priorità tra valori e obiettivi da perseguire e del preciso calcolo dei mezzi a disposizione, in modo da arrivare a una scelta sulla base di una puntuale analisi costi-benefici. Tutti pensiamo che è questo quanto si debba fare per assumere scelte importanti e i decisori politici sempre dichiarano che questo è il modello che hanno seguito. In realtà, gli studi mostrano come si tratti di una pia illusione o di un inganno. E anche dal punto di vista concettuale esso presenta grossi problemi, il primo è proprio come individuare le priorità e gli obiettivi.

Il secondo è il modello a razionalità limitata, che si deve al premio Nobel Herbert Simon. Tenendo conto delle limitatezze conoscitive, cognitive, etc. di ogni decisore esso ammette che il decisore razionale si accontenta di ipotesi semplicemente buone e quindi nella ricerca della soluzione si arresta alla prima alternativa che gli appaia soddisfacente. Anche qui il problema è che si presuppone siamo in grado di stabilire un ordine di priorità tra le nostre preferenze. Tale ordine di priorità dovrebbe essere transitivo, vale a dire se X è preferito a Y e Y a Z, X sarà preferito a Z. Senonché qui si cela un paradosso, chiamato di Condorcet.

Poniamo che i tre decisori da mettere d’accordo su dove realizzare il campus siano l’università(U), il comune (C) e il genio civile (G). Si tratta di soggetti razionali che pur avendo una scelta preferenziale, sono pronti a ‘negoziare’ una seconda opzione.

Poniamo, poi, che le tre opzioni siano quelle indicate da Paolo Fusero: trasferimento aree COFA (TC); Nuovo Pindaro (ampliamento aree retrostanti) (NP); Città della conoscenza, il masterplan sul campus diffuso approvato dalla precedente amministrazione (CC).

Poniamo, infine, che G preferisca (CC), poiché è la soluzione con meno problemi idrogeologici e idraulici, ma sia disponibile anche a (NP) purché si eviti (TC) area di esondazione. C preferisce (TC), è il suo piano, ma accetterebbe (CC) perché consente di valorizzare un’area ancora marginale della città. U preferirebbe (NP) poiché consente il massimo ampliamento delle superfici universitarie ma accetta (TC) per il prestigio della posizione fronte mare.

GenioComuneUniversità
Prima scelta CC meglio di NP TC meglio di CC NP meglio di TC
Seconda scelta NP meglio di TC CC meglio di NPTC meglio di CC
Conseguenza CC meglio di TC TC meglio di NP NP meglio CC

Come si vede dalla tabella, la scelta per il campus diffuso rispetto al Pindaro 2 ha due voti a favore e uno contro. Quella per il Pindaro 2 rispetto all’area COFA anch’essa due voti a favore e uno contro. Dovrebbe seguirne per la proprietà transitiva che il campus diffuso abbia la meglio sull’area ex Cofa e invece come mostra la tabella è quest’ultima a ottenere il maggior consenso rispetto alla prima. Insomma, è impossibile in democrazia, ci dicono gli studiosi delle politiche pubbliche, individuare una sola funzione del benessere sociale attraverso l’aggregazione delle preferenze individuali.

Queste sono le ragioni per le quali il modello detto incrementale è quello che incontra il maggior favore tra gli esperti. Esso risale a un saggio di Charles Lindblom intitolato la “scienza di cavarsela”, insomma “io speriamo che me la cavo”, che si fonda sulla rilevazione empirica di alcune costanti delle decisioni pubbliche: gli obiettivi e i dati di fatto sono quasi sempre intrecciati, così come mezzi e fini non sono quasi mai distinti, molto spesso importanti alternative sono trascurate. Si decide, insomma, per piccoli aggiustamenti rispetto allo status quo o molte volte non si decide affatto.

Se questo modello – che è più predittivo che prescrittivo – si adatta bene alla enorme complessità dei contesti decisionali contemporanei, ciò non vuol dire che dobbiamo rinunciare a priori, soprattutto dinanzi a decisioni di grande rilevanza, a immaginare scenari e valutare alternative sulla base di una pur limitata razionalità. Anzi, proprio la consapevolezza della difficoltà di incidere sullo status quo, rende più credibile il ‘programma’ di determinare una trasformazione intenzionale e non incrementale. Come osservava Lindblom, l’analisi incrementale è migliore di quella razionale sinottica poiché, pur essendo entrambe incomplete, la prima non occulta tale incompletezza.

Come individuare correttamente la posta in gioco

E allora come ipotetici attori in questo complesso processo decisionale dobbiamo cercare anzitutto di chiarire i nostri obiettivi (desideri) tenendo conto dei fatti che condizionano la decisione e della inevitabile tendenza all’incrementalismo. Sotto questo profilo l’apparente distacco che Fusero mostra nell’analizzare le tre alternative non mi convince.

Per prima cosa è molto difficile stabilire quale sia l’arena decisionale. Se ci limitassimo (come abbiamo fatto arbitrariamente per spiegare il paradosso di Condorcet, anche attribuendo arbitrariamente preferenze agli attori) alle ‘amministrazioni competenti’ – privilegiando la ‘risorsa legale’ – non coglieremmo tutta la complessità del processo decisionale reale. Studenti, costruttori, commercianti sono tutti attori che di fatto condizionano la decisione. Gli stessi obiettivi dipendono dagli attori e il modello incrementale ci insegna che gli obiettivi sono spesso a loro volta il frutto dell’interazione formale e informale tra i vari attori. Inoltre, quello che i modelli difficilmente possono rappresentare è la presenza di obiettivi occultati o inconsapevoli. Gli stessi attori sono organizzazioni complesse i cui processi decisionali interni sono opachi e imprevedibili, soprattutto quando siano a loro volta esponenziali di interessi del pubblico, come tipicamente il comune.

Il tutto si riverbera sulla costruzione delle alternative. Chi stabilisce quali sono le alternative in gioco?

Questa è la parte che meno mi convince dell’analisi costi-benefici di Fusero, vale a dire che l’alternativa sarebbe tra rimanere in viale Pindaro (secondo l’una o l’altra soluzione) e trasferirci in riva al mare.

La fissazione della posta in gioco, a sua volta dipendente da come sono selezionati e presentanti gli obiettivi di ciascun attore, è il fattore determinante. In questa fase, visto che l’università del mare è solo un’idea, ricorda il rettore, lo scenario andrebbe, invece, costruito per stadi successivi.

  • 1. È un obiettivo credibile e desiderabile che l’università abbandoni l’area Pindaro? Se sì perché?
  • 2. Qualora si rispondesse affermativamente a questa domanda, che pone un’alternativa binaria, si aprirebbe uno scenario a ventaglio.
  • 2.1. Quale è un sito più adatto per il campus universitario di Pescara? Anche qui gli obiettivi dei principali attori potrebbero divergere o convergere. Per il comune l’obiettivo primario potrebbe essere quello di favorire lo sviluppo di un’area marginale, per l’università quello di avere, a esempio, un migliore collegamento con il campus di Chieti, etc.

È evidente che in questo caso l’area ex Cofa sarebbe da ponderare con n altre alternative, al momento non individuate (se non si voglia considerare la proposta della Confcommercio di spostare il campus nell’area di risulta della stazione ferroviaria, che a prima vista appare sito migliore dell’ex COFA) ed è quindi logicamente fallace porre una diretta alternativa (se non in base alla forza inerziale della cronaca) tra Pindaro ed ex COFA nel disegnare un ipotetico scenario decisionale (limitatamente) razionale.

Per entrare nel merito vorrei concentrarmi sulla domanda 1. e lo farò cercando di assumere più decisamente dei punti di vista, consapevole della insostenibilità epistemologica di partecipare (anche cercando di descriverlo) a un processo decisionale mantenendo una posizione di totale neutralità. Quindi proverò ad assumere tanto il punto di vista del comune quanto quello dell’università (come fa anche Paolo Fusero) per come io sono in grado di percepire i rispettivi interessi pubblici che essi curano, sottoponendo a un test di plausibilità l’ipotesi sub 1.

Una suggestione: Pescara come Vancouver

Prima però un inciso sull’ex COFA, anche solo come idea da sbozzare nell’ambito del suddetto scenario a ventaglio. I punti essenziali sono indicati da Fusero. Incertezza politico-amministrativa sulla vocazione di quell’area: al momento quello che emerge è la tendenza al ‘pout-pourri’ urbanistico-edilizio; carenze infrastrutturali (viabilità, trasporto pubblico, parcheggi); una completa nebulosa è la questione finanziaria: nonostante il DUP sia un documento che fa parte del processo di bilancio non vi è alcuna indicazione sui costi; a questo si collega la questione idraulica, vale a dire il vincolo di inedificabilità che grava sulle aree di esondazione: per rendere tali aree idonee all’edificazione occorrerebbero interventi di messa in sicurezza dalle acque e accorgimenti nelle tecniche di costruzione degli edifici che richiederebbero ingentissimi investimenti.

Panorama del campus della BCU a Vancouver

La questione della vocazione e quella dei trasporti sono peraltro altrettanto importanti se si trovasse il modo di superare il problema del vincolo idraulico. Paolo Fusero parla di un processo di osmosi tra università e area della Marina. Provo a tradurre questa idea in un ‘progetto’ che mi sentirei di condividere: “Pescara come Vancouver”. Ho vissuto per un paio di mesi nel 2008 nel campus della British Columbia University, che è situato in un promontorio a sua volta riserva naturale.

Qui orche e foche sono facili da avvistare.

Non si tratterebbe di un’area chiusa, ma aperta ai visitatori per frequentare i suoi parchi, il mare restituito alla collettività, gli edifici e i servizi universitari, i musei, l’auditorium, proprio come avviene a Vancouver [consiglio vivamente di visitare il sito].

Questo significherebbe fare una scelta netta e decisa per la trasformazione di tutta l’area compresa tra il molo sud sino più o meno a Via Pepe in campus universitario, con le archistar a disegnare edifici avveniristici e servizi tecnologicamente d’avanguardia

L’accesso avverrebbe soltanto mediante sistemi di trasporto collettivo o dolce, dal fiume con i natanti, con il trasporto elettrico (BRT), in bici o a piedi. Nessuno spazio ‘sprecato’ per parcheggi pubblici, ma solo quelli di servizio davvero indispensabili. In questo modo la contaminazione riguarderebbe un’area ben più ampia e finirebbe con l’investire l’ampia zona sportivo/ambientale/universitaria che è oggetto del masterplan approvato nella scorsa ‘legislatura’. In questo modo la

“capacità di creare intorno a sé un indotto di attività che rendono viva la parte di città in cui è localizzata: attività commerciali, attività di servizio, spazi di relazione, case in affitto, etc.” (Fusero)

si estenderebbe, infatti, ben oltre l’area della Marina sud.

Il campus della BCU a Vancouver

Non credo in Italia sia mai stato portato a termine un progetto di tale portata (forse la Bicocca a Milano è qualcosa che gli si avvicina), il quale richiederebbe una grande ‘coalizione di interessi’ e una serie tale di condizioni favorevoli per superare ostacoli di ogni genere, a partire dai veti incrociati degli attori in campo (si pensi alla Caserma della Guardia di Finanza), da consegnarlo al campo delle utopie.

Utopie perché “siamo in Italia” beninteso e il “ritorno” degli investimenti (in tutti i sensi, tanto economici quanto politici) è misurato entro un orizzonte, quando va bene, di non più di 5 anni. L’analisi dei modelli decisionali in tale contesto consiglia di guardare rapidamente altrove.

Come si vede, tutto ciò ha davvero poco a che vedere con l’acquisto dell’area ex COFA e lo scambio di immobili tra regione e università.

Perché mai, allora, l’università dovrebbe lasciare Viale Pindaro?

Paolo Fusero parte dall’assioma che sia necessario un ampliamento del polo universitario. Possiamo in linea di principio condividere questo punto di partenza, anche se il termine ‘ampliamento’ è vago. Secondo Fusero “servono nuove aule per la didattica, un auditorium, uffici per docenti e tecnici e amministrativi, laboratori, aree aperte di uso comune, aree riservate allo studio individuale degli studenti, etc”.


Serve più di queste cose? O servono strutture e servizi migliori? A me pare che si tratti soprattutto di migliorare e razionalizzare e di fare finalmente alcune cose che non vi sono: la biblioteca, gli spazi comuni, forse alcuni laboratori, la sistemazione delle aree esterne. Non mi risulta, tuttavia, esservi un’analisi accurata che abbia individuato quali siano tali esigenze in termini qualitativi e quantitativi e, per quanto vi sia ancora un discreto numero di studenti, non possiamo certo affermare che esso sia andato aumentando, semmai il contrario.


Il progetto del Nuovo Pindaro che come ricorda Fusero “prevedeva un edificio lineare posto parallelamente al tribunale dove sarebbero dovute andare le aule, i laboratori e gli uffici dei dipartimenti; un secondo edificio per la nuova biblioteca con spazi studio per gli studenti … piazze pubbliche coperte e spazi verdi” fu ridimensionato per la verità proprio in virtù delle perplessità emerse sulla necessità di tante superfici in più per aule, uffici, etc. Il progetto, tra l’altro, era stato accantonato già nel 2009, durante il rettorato Cuccurullo.

Ferma restando, pertanto, l’esigenza di stabilire con la maggiore precisione possibile quali siano le esigenze di incremento di spazi, mi pare innegabile che la carenza di una biblioteca degna di questo nome sia la più grave ed evidente lacuna in un campus universitario.

Nel masterplan del polo della conoscenza le esigenze di ampliamento sono identificate nella “realizzazione di una mediateca e del nuovo polo tecnico dell’università D’Annunzio nelle aree retrostanti all’attuale sede universitaria (intervento 1.13)”.

Si tratta di un’infrastruttura che la città non ha mai avuto. Mai, infatti, a Pescara, si è realizzato un edificio appositamente come biblioteca pubblica.

Biblioteca Pindaro, progettata dallo studio ABDR nel quale opera l’arch. prof. Paolo Desideri.

Questa opera, come si vede di grande pregio architettonico, avrebbe funzioni ulteriori rispetto a quelle bibliotecarie, rispondendo a diverse delle esigenze sopra menzionate, compresi spazi esterni e interni  di socializzazione. 

Il riferimento al masterplan consente di notare un aspetto importante, vale a dire il metodo del suo processo di formazione, fondato – seguendo le indicazioni contenute nello studio del dipartimento di architettura ‘Verso Pescara 2027” – su due capisaldi: l’istituzione di una ‘cabina di regia’ in cui erano presenti in modo paritario rappresentanti dell’ateneo e dell’amministrazione comunale; lo sviluppo di un’agenda della partecipazione che ha accompagnato la fase di redazione e che avrebbe dovuto proseguire nella fase di attuazione.

Mi permetto di osservare che questo metodo andrebbe ripreso e potenziato, proprio in ragione dei caratteri reali dei processi decisionali pubblici di cui sopra.

Attorno alla sistemazione delle aree strettamente di pertinenza dell’università, sfruttando ‘tatticamente’ (direbbero gli urbanisti) o ‘incrementalmente’ (direbbero i politologi) un contesto ormai consolidato (il polo universitario-giudiziario) il masterplan punta alla prospettiva del campus diffuso. La flessibilità dello strumento consente, tra l’altro, di modulare nel tempo e riadattare le scelte (per esempio relative alla destinazione degli immobili Vigili del Fuoco o al comparto Di Bartolomeo) nel quadro della strategia definita. Un dato da aggiungere è che il suddetto progetto esecutivo della mediateca è pronto dal 2016 e pagato dall’ateneo € 1.400.000 [su questo punto ritornerò nel prossimo paragrafo].

Pochi anni or sono è stato realizzato il nuovo edificio c.d. Polo Micara e un accordo (con cessione di aree) tra comune e università per la realizzazione del corridoio verde nelle aree retrostanti la sede universitaria è stato anch’esso recentemente concluso. Inoltre, sin dal 2009 furono effettuati lavori preliminari di sistemazione dell’area, tra cui lo spostamento del fosso Bardet nella posizione in cui si trova attualmente proprio per rendere i terreni idonei all’edificazione, per una spesa di 288.000 euro, ripartita tra università e comune. I lavori di risanamento e razionalizzazione della sede ‘storica’ come ricorda Paolo Fusero sono in corso per un costo di circa 2 milioni.

Onestamente, se pensiamo al contesto sociale, economico e finanziario in cui le istituzioni si trovano a operare nonché agli interessi pubblici in campo e a quanto osservato in premessa sui caratteri delle decisioni di policy, non riesco a intravedere alcun motivo plausibile perché dovremmo puntare ad abbandonare la sede di Viale Pindaro. In altre parole il ‘test di plausibilità’ dell’ipotesi 1. fallisce. Solo un evento a probabilità zero (direbbe una mia amica e collega matematica 1Serena Doria, che insegna probabilità e statistica nel nostro ateneo. La quale aggiungerebbe, però, che gli eventi a probabilità zero non sono impossibili) come quello di cui alla suggestione “P come V” sposterebbe su altro piano l’analisi del gioco decisionale.

Per finire. Falsi problemi e domande mal poste

Si dirà che ho tralasciato due punti fondamentali. Il parere del Provveditorato alle opere pubbliche2Su cui v. qui http://www.lillimandara.it/viale-pindaro-ecco-cosa-dice-il-provveditorato/. sul progetto della biblioteca e il problema del destino delle aree ex COFA. Su quest’ultimo, mi limito a dire che trovo inconcepibile che il tema cruciale del rapporto città-università (in quanto istituzioni e comunità ancora prima che luoghi) possa essere fondato sul fatto che occorra risolvere il problema, annoso quanto si voglia, ma pur sempre di urbanistica locale, di alcune aree dismesse.

Del parere del provveditorato parla anche Paolo Fusero che lo menziona tra gli aspetti ‘contra’ rispetto al suo “Scenario_1: Ampliamento Polo Pindaro”:

  • “i problemi geotecnici evidenziati dal parere del Provveditorato richiedono un rafforzamento delle fondazioni quindi costi aggiuntivi da stimare;
  • l’area del Polo Pindaro è soggetta a inondazioni periodiche nonostante i recenti lavori sul collettore del viale;
  • il vecchio edificio Pindaro, per quanto ristrutturato, rimane un edificio di trent’anni che ha evidenziato nel tempo una serie di problematiche tecniche;
  • anche gli impianti e le attrezzature dell’edificio Micara hanno problematiche evidenti”.

Questi sarebbero i problemi da ponderare rispetto alla scenario ex COFA, ma come già detto trovo poco convincente la stessa scelta degli scenari per l’analisi del contesto decisionale. In ogni caso stiamo parlando di una dimensione di interventi che concerne manutenzioni e misure tecnologiche, di miglioramento idraulico, etc., non comparabili con la nebulosa che abbiamo dinanzi sotto ogni profilo nell’idea dell’università del mare all’ex-COFA.

Da sottolineare, quanto al più specifico tema dei problemi geotecnici, è la questione dei “costi aggiuntivi da stimare”. Vi è da chiedersi perché questi costi non siano stati ancora stimati. A questo riguardo è però utile un passo indietro, soprattutto per un lettore che non conosca l’area in questione e le vicende che l’hanno riguardata.

Stiamo, infatti, parlando di un’area densamente edificata, in cui tra l’altro vi è l’imponente Palazzo di Giustizia.

L’assetto attuale deriva da un accordo di programma (quello del Polo Universitario-Giudiziario avviato verso la seconda metà degli anni Novanta), che coinvolse anche privati, dal quale l’università acquisì – cedendo l’edificio ex-Aurum – le aree oggi tra il Palazzo di Giustizia stesso e via Falcone e Borsellino3Per un resoconto critico di queste vicende v. U. Crescenti, Cronaca dello sviluppo edilizio dell’Università “G. f’Annunzio”, in P. Pierucci, a cura di, Cinquant’anni dell’Università “G. D’Annunzio”: Storia, attualità e prospettive, Franco Angeli, 2017,  pp. 74 ss..

Foto aerea della zona universitaria-giudiziaria, al centro il triangolo delle aree destinate all’ampliamento del campus

Il suddetto progetto denominato “Nuovo Pindaro”, con superfici tre volte superiori a quelle dello stralcio relativo alla biblioteca, aveva ottenuto i provvedimenti di assenso da parte dei vari enti competenti, tra cui genio civile e comune.
Scoprire, quindi, oggi che si tratti di aree – pagate a caro prezzo (il valore dell’edificio AURUM) – inadatte all’edificazione sarebbe qualcosa di veramente sorprendente e molto grave dal punto di vista dell’interesse generale.

In effetti, nessuno parla di inedificabilità, ma appunto di eventuali costi aggiuntivi per le fondazioni come conseguenza del ‘parere’ del provveditorato. Questo è una nota del comitato tecnico-amministrativo, organo consultivo del provveditorato interregionale Abruzzo-Lazio-Sardegna, basata sui rilievi del prof. Grisolia, membro della commissione relatrice, secondo cui “a fronte di un inquadramento geologico sufficientemente chiaro, non trova sufficiente e ragionevole rappresentazione e giustificazione la modellazione geotecnica e la conseguente significatività delle verifiche eseguite”. La “presenza di sabbie poco addensate con livelli torbosi e ghiaiosi” richiederebbe approfondimenti. Il prof. Grisolia esprime anche un’opinione sulle modifiche progettuali osservando che ci si potrebbe indirizzare verso una soluzione su

“fondazioni profonde. Una fondazione superficiale non è comunque da escludere di principio (sic), purché associata ad un’efficace compensazione dei carichi ed un effettivo impedimento in fondazione”.

La nota è di aprile 2019, ma non risulta a chi scrive che tali approfondimenti siano stati compiuti o che sia stato chiesto ai progettisti di compierli, anche per consentire la famosa stima degli eventuali costi aggiuntivi. Una cosa che stupisce è il tempo trascorso tra la trasmissione del progetto esecutivo da parte dell’ateneo e questa nota: quasi tre anni! Siamo un paese ormai allo sbando un po’ in tutti i campi, ma invece di continuare a sfornare leggi di semplificazione, dovremmo chiederci perché un organo dello Stato – che in questo caso funge semplicemente da stazione appaltante dell’ateneo e formula pertanto un parere meramente consultivo – impieghi 32 mesi semplicemente per dire che sarebbero opportuni approfondimenti geotecnici.

Il progetto esecutivo di realizzazione della nuova biblioteca era stato trasmesso al Provveditorato Interregionale delle Opere Pubbliche, sez. Lazio-Abruzzo e Sardegna in data 18 luglio 2016. Nessun rilievo era seguito, tant’è che il 22 dicembre 2016 il consiglio di amministrazione dell’università aveva approvato i criteri di valutazione per la gara d’appalto da aggiudicarsi sulla base dell’offerta economicamente più vantaggiosa, individuando il peso dei relativi elementi valutativi. Dopo di che il vuoto, poi all’improvviso la nota dell’aprile 2019 e poi di nuovo il vuoto.

Queste righe saranno probabilmente lette da qualcuna/o dei miei studenti di diritto amministrativo e come spesso faccio osservare loro dobbiamo sempre essere ben consapevoli della distanza tra la ‘Law in the books’ e la ‘Law in action’. Questo non significa, però, che non dobbiamo continuare a richiamare l’importanza di certe regole cardine di buona amministrazione come sancite dalla legge sul procedimento amministrativo 241/1990: obbligo di provvedere entro un termine, pubblicità e trasparenza, motivazione.

Se, poi, vogliamo proprio fare i legalisti rompiscatole, sebbene condivida una delle conclusioni di Paolo Fusero, vale a dire che

è … necessario condividere un percorso di partecipazione con tutte le forze attive sul territorio (sociali, economiche, culturali, etc). È chiaro che l’Università non ha nessuna intenzione di forzare la mano su una soluzione piuttosto che sull’altra, tanto più se ciò dovesse comportare evidenti reazioni di contrasto. Guidare questo percorso di partecipazione però è compito del Comune, non certo dell’Università …

e ciò sulla base della premessa che

nulla è ancora stato deciso, … il Rettore valuterà costi/benefici di tutte le opzioni con attente verifiche di fattibilità tecnica, economica, sociale. Poi porterà la discussione negli organi deputati, Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione, e nei Dipartimenti pescaresi chiamati in causa in prima persona…

… al momento l’unico procedimento amministrativo in corso è quello relativo alla realizzazione della biblioteca, sebbene a bagnomaria.

Chiudo, allora, ritornando all’insegnamento di Lindblom, che chiama ‘dei rami’ il modello decisionale incrementale e ‘delle radici’ quello antagonista razional-comprensivo. Ho usato questa metafora in uno scritto sulla ragionevolezza per osservare che il metodo dei rami appare più ragionevole in molte circostanze dell’esigente metodo delle radici, soprattutto perché assai spesso, aggiungo qui, il metodo delle radici è utilizzato per buttare la palla in tribuna.

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